IL CSI NELLA STORIA E NELLA REALTA’ SPORTIVA
I PERCORSI CULTURALI DELL’ESPERIENZA STORICA DELL’ASSOCIAZIONE
Il Centro Sportivo Italiano si è sempre collocato nella realtà sportiva con una precisa convinzione e intenzione. Non si è mai accontentato di una presenza causale né ha mai subito passivamente la cultura dominante nello sport. Ha fatto sempre una propria lettura del fenomeno sportivo, in cui si è sempre mosso in base a proprie idee, proposte ed esperienze.
Ecco in brevissima sintesi un’esposizione dei principali atteggiamenti ideali e socio-culturali del CSI, tenendo conto dei suoi due periodi di vita: il primo dal 1906 al 1927, con la denominazione di Federazione delle Associazioni Sportive Cattoliche Italiane (F.A.S.C.I.), il secondo dal 1944 ad oggi come Centro Sportivo Italiano (C.S.I.).
Nel 1927 la FASCI dovette sospendere le sue attività per imposizione del regime fascista.
LA PRIMA NASCITA: 1906
La FASCI, antesignana del CSI, fu costituita nel 1906 dalla Gioventù Cattolica come reazione all’organizzazione sportiva dell’epoca, imperniata attorno alla Federazione Ginnastica (il CONI non era stato costituito), che monopolizzava l’organizzazione e la cultura sportiva nazionale improntandole a laicismo e anticlericalismo.
In sostanza, la costituzione della FASCI volle rivendicare uno spazio di libertà anche nell’esperienza sportiva, affermando il diritto dei cittadini di assegnare alla pratica sportiva significati e valori di proprio gradimento.
Un’associazione cattolica per cattolici
L’intento della FASCI era di garantire una condotta sportiva conforme alla morale cattolica. La FASCI, infatti, era un’associazione dichiaratamente cattolica e come tale non si rivolgeva a tutti, ma per l’appunto ai cattolici, come appariva chiaro dalla sua stessa denominazione.
Si può dire che la FASCI fosse un’organizzazione sportiva "per cristiani" o "di cristiani", che però non per questo propugnava uno sport "cristiano", bensì un pratica sportiva che fosse rispettosa della morale cristiana, anche se la tentazione di affermare un certo qual cristianesimo dello sport era forte e, in certe occasioni, la FASCI probabilmente vi cedette.
LA SECONDA NASCITA: 1944
Nel 1944 la FASCI rinasce, sempre ad opera della Gioventù Italiana di Azione Cattolica ma cambiando nome e precisando le sue finalità in senso culturale, sociale, morale ed educativo.
C’era in quegli anni il desiderio di guardare avanti, di costruire l’Italia del dopo-fascismo e l’Azione Cattolica promuoveva tutta una serie di "opere", progettando che si dovesse, terminata la guerra, realizzare una nuova presenza dei cattolici nel sociale.
Associazione di ispirazione cristiana aperta a tutti
Il cambiamento di denominazione da FASCI a Centro Sportivo Italiano (CSI) vuol significare l’intenzione di indirizzare l’azione a tutti, non più soltanto ai cattolici.
Già in questa scelta sono impliciti un’intenzione sociale (la diffusione dello sport tra tutti i cittadini) e un impegno educativo in termini più specificamente culturali, la volontà cioè di formare personalità alla luce della fede e dell’antropologia cristiana.
In questa maniera il CSI si configura come un’Associazione che opera nel "temporale", un’Associazione di frontiera rispetto alla comunità ecclesiale, che dunque per prima cosa si propone l’"umanizzazione" dei soggetti prima della loro cristianizzazione o prima ancora, come avveniva con la FASCI, della salvaguardia dei principi cristiani nella pratica sportiva. ("Prima" e "poi" hanno un valore più logico e metodologico che temporale). Lo stesso pontefice Pio XII suggeriva in quegli anni l’impegno teso a far "passare dal selvatico all’umano e dall’umano al cristiano".
PRINCIPALI TAPPE CULTURALI
Anche se le finalità associative e le intenzioni educative erano all’incirca le stesse di oggi, il CSI all’indomani della seconda guerra mondiale non era certamente lo stesso di oggi. Era diverso il modo di perseguire praticamente gli stessi scopi perché legato alla cultura del tempo ed anche perché il bagaglio culturale ed educativo dell’Associazione si è andato formando un po’ per volta, attraverso le varie esperienze compiute.
Dal 1944 al 1945
Nella seconda metà degli anni Quaranta era tutto un fervore di opere: L’Azione Cattolica faceva decollare un’editrice come l’AVE, organizzava gli studen medi in Gioventù Studentesca (GS), serviva la formazione professionale con il CNIOP, progettava un turismo giovanile con i CTG…Tutto con l’entusiasmo (a volte un po’ acritico) dell’urgenza della ricostruzione. Si pensava di potersi quasi sostituire alla società, di dover occupare spazi, di non dover andare tanto per il sottile nel fare concorrenza alle iniziative pubbliche e sociali.
Nel primo decennio il CSI si muove nelle più svariate direzioni, tenta ogni strada sportiva per realizzare un’esperienza sportiva significativa e per fare educazione attraverso lo sport. Svolge campionati e attività a carattere promozionale (allora si usava il termine "propagandistico"; del resto anche il CSI e gli altri Enti di promozione si chiamavano Enti di propaganda sportiva), si rivolge in prevalenza ai giovani, ma anche ai ragazzi attraverso leve sportive e manifestazioni ad hoc (Olimpiadi Vitt, Campanili Alpini), costruisce e cura perfino campioni e ospita esperienze professionistiche.
Per comprendere questa azione a vasto raggio, bisogna evidentemente tener conto che la neonata (meglio, rinata) Associazione ha bisogno di farsi conoscere e di affermarsi, ma soprattutto c’è la convinzione sincera che il tipo di sport praticato non sia determinante ai fini educativi e che conti, invece, l’intenzione con cui l’attività, praticamente qualsiasi tipo di attività, viene organizzata e praticata.
Andando avanti però ci si accorge anche che tra lo "sport agonistico" (praticato per vincere, per lo spettacolo, per la professione, per il prestigio …) e lo "sport sociale" (praticato per il divertimento, per la salute, per stare in compagnia …) c’è una grande differenza, o addirittura un vero e proprio contrasto quanto a valori manifestati e promossi.
Insieme a ciò si prende coscienza che l’educazione non può essere fatta solo di parole (di interpretazioni verbali, di esortazioni morali, o peggio moralistiche), ma che ci vogliono anche esperienze coerenti da compiere e da interiorizzare, un ambiente consono alla loro realizzazione nonché educatori competenti.
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